una Flatfield machine di fortuna, alla Macgyver!

Da quando ho ripreso questo splendido hobby che è l’astrofotografia, dopo uno stop di 15 anni, in piena era digitale,  mi sono trovato in un mondo nuovo, la guida delle astrofotografie che avveniva manualmente con l’oculare a reticolo illuminato si è evoluto nelle camere guida da personal computer o stand-alone, la Lama di Focault è stata sostituita dalla mascheda di Bahtinov, e tra queste novità  ho conosciuto la “Flatfield machine”…

Il principio della flat-machine non è altro che un pannello bianco illuminato il piu’ uniformemente possibile e che permette di evidenziare in fotografia tutte le impurità, granelli di polvere, piccole fibre che un sensore “sporco” si trova ad ospitare di modo che vengano sottratte dallo stacking (la somma delle immagini) e si ottenga un campo senza “caduta di luce” ai bordi e senza quelle odiose impurità presenti sul sensore che penalizzano l’immagine finale.

Purtroppo nonostante il principio piuttosto banale e le componenti elettriche assai misere, questi aggeggi a seconda della fattura e del diametro dello strumento hanno prezzi alta in rapporto al materiale e a cosa fanno, si parla di 100 e più euro per una flatfield per un tubo da 8 pollici (il classico Celestron 8″) ma il costo può salire a seconda della fattura , e se si è astrofili transumanti ma soprattutto disordinati come il sottoscritto, è più facile che si rompano specie se per risparmiare come me si ha acquistato quello di più infima qualità.

Dopo l’ennesima rottura della flatfield, e l’ennesimo rattoppo, una sera non siamo riusciti a rianimarlo, ma fortuitamente in stile Macgyver, ho trovato un semplice ed economico modo per fare delle buone flat con quello che avevo sottomano 🙂

E’ sufficiente un foglio di carta bianco, privo di impurità, o meglio ancora di un pannello di plexiglass bianco (nel mio caso ho reciclato il pannello sostitutivo della mia flatfield, senza i collegamenti elettrici incollati) ed uno smartphone con la funzionalità TORCIA che attiva il flash in maniera continuativa.

E’ sufficiente appoggiare il pannello bianco al tubo,  come fosse la verà flatfield, accendere la torcia dello smartphone, puntarla sul pannello e distanziarlo di circa 1/2 spanne. Per trovare la distanza corretta è sufficiente verificare quando l’illuminazione del pannello sarà uniforme ad occhio, sembrerà empirica come soluzione, ma funziona! 🙂

In rete avevo anche trovato un articolo che parlava di utilizzare lo schermo di un Notebook dopo aver aperto un’immagine completamente bianca, tuttavia se non si possiede un bello schermo sul computer portatile esso avrà zone di illuminazione non uniforme.

Infine è  poi possibile costruirsela con le proprie mani, il principio è semplice, e vi rimando a questo ottimo tutorial di Lorenzo Comolli : http://www.astrosurf.com/comolli/flatfield.htm

 

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